Il vero obiettivo dell’”italicum”

Il sistema elettorale votato nei giorni scorsi dal Senato viene definito “italicum” e mai definizione fu più appropriata poiché esso non trova riscontro in nessun altro paese al modo: lo ha riconosciuto anche il capo del governo quasi vantandosene. Ma andiamo a vedere.

Nelle grandi democrazie occidentali la scelta dei membri del parlamento avviene con il sistema maggioritario dei collegi uninominali: con votazione unica negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Canada, con (eventuale) doppio turno di votazione in Francia. Il maggioritario uninominale vige anche in Australia. In Germania, i membri del Bundestag sono eletti metà con il maggioritario in collegi uninominali e metà con il sistema proporzionale su liste bloccate predisposte dai partiti. In Spagna c’è il proporzionale puro con liste bloccate in circoscrizioni molto piccole per favorire i partiti maggiori. Il sistema portoghese è simile a quello spagnolo.

Negli altri paesi europei – specificamente in Austria, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Grecia – si applica il sistema proporzionale puro o integrato da soglie minime di accesso al riparto dei seggi (in Polonia solo per i partiti che non rappresentano minoranze etniche), ma in nessuno di questi paesi, salvo che in Grecia, esiste un premio di maggioranza o altra simile modalità che modifichi il risultato della votazione, nè si prevedono preferenze individuali.

Da noi la Consulta ha dichiarato incostituzionale il “porcellum”, che conferiva la maggioranza assoluta alla coalizione che avesse ottenuto anche un solo voto in più delle altre, a prescindere dal numero di voti effettivamente conseguiti in termini assoluti e percentuali. Ma la legge integrava anzitutto, a mio modesto avviso, una palese violazione dell’articolo 48 della Costituzione per cui “il voto è personale ed uguale”. Voto uguale infatti vuol dire esattamente che un pari peso deve essere riconosciuto al voto di ogni elettore ed è strano che un dato così elementare risulti del tutto ignorato nei dibattiti in corso sulla legge elettorale. Rispetto al principio dell’uguaglianza del voto risulta invero anomalo il fatto che in esito alle ultime elezioni, per effetto del cosiddetto premio di maggioranza il centrosinistra con il 29,54 per cento dei voti abbia ottenuto alla camera 345 seggi contro i 125 seggi avuti dal centrodestra con il 29,13 per cento, e che in particolare al PD siano andati 292 seggi col 25,42 per cento dei voti a fronte dei 108 seggi andati al M5S col 25,55 per cento dei voti.

La Consulta nella sua sentenza declaratoria di incostituzionalità del “porcellum” ha giudicato il premio di maggioranza distorsivo del principio democratico di rappresentanza, in particolare per la mancata previsione di una soglia minima di voti per ottenerlo: ciò che nella nostra storia legislativa ha l’unico precedente nella legge fascista (c.d. Acerbo) del 1923. Nell’intento di eludere questo punto nodale della decisione, con l’”italicum” si introduce ora una soglia minima (40 per cento) per l’attribuzione del premio, peraltro con l’ulteriore modalità che ove tale soglia non sia raggiunta da nessun partito si fa luogo a un secondo turno di votazione fra i due partiti più votati. Ma anche questa modalità non cambia i termini della questione, come si vorrebbe far credere nell’acquiescenza dei “mass media” e nella disattenzione degli esperti e degli stessi oppositori, poichè il premio di maggioranza andrebbe poi comunque assegnato a uno dei due partiti ammessi al secondo turno senza riguardo alla loro effettiva forza elettorale, sì che verrebbe a riprodursi, seppure riportato ad una seconda fase, l’effetto distorsivo già denunciato per il “porcellum” e giudicato in contrasto con la Costituzione: il fatto cioè che un partito che abbia avuto al primo turno anche solo il 25 per cento dei voti possa poi disporre, grazie al salvifico effetto della seconda votazione, di una straripante maggioranza del 55 per cento dei seggi, lasciando tutti gli altri partiti che insieme rappresentano il 75 per cento dei votanti a dividersi il residuo 45 per cento.

Può essere utile il confronto con la Grecia, dove se nessun partito ha superato il 40 per cento dei voti il premio non scatta e il riparto dei seggi avviene con il criterio proporzionale, mentre con l’”italicum” il requisito della soglia minima giudicata necessaria e come tale imposta anche dalla Corte costituzionale perché non si determini una inaccettabile lesione del principio di rappresentanza, è aggirato col furbesco espediente della seconda votazione in cui l’uno o l’altro dei due partiti ammessi conseguirà comunque il premio quale che sia il numero dei votanti. Di fatto quindi l’improprio ballottaggio costituisce l’artificio con cui si va a snaturare svuotandolo di significato il requisito della soglia minima di accesso al premio di maggioranza.

Un così pesante strappo al principio di rappresentanza su cui si basa la democrazia parlamentare si cerca di giustificare nel nome di una pretesa esigenza istituzionale di governabilità. Ma l’esperienza delle vicende politiche seguite alle ultime tre elezioni svoltesi col sistema del “porcellum” dimostra al contrario che il premio di maggioranza, lungi dal garantire la cosiddetta governabilità, costituisce invece un concreto ostacolo all’instaurazione di governi stabili e produttivi. Il governo Prodi, nato dalla vittoria dell’Unione nel 2006, si dissolse dopo appena due anni per contrasti insanabili fra i diversi partiti alleati portando nel 2008 ad elezioni anticipate in cui la coalizione di centrodestra ottenne, grazie al premio, una larga maggioranza parlamentare: ma anche questa larga maggioranza non è riuscita ad evitare, tre anni più tardi, la crisi dirompente del governo Berlusconi, sostituito da un governo di emergenza fino alle elezioni (ancora anticipate) del 2013: dalle quali peraltro, nonostante il premio, nessuno è uscito vincente, sì da essersi dovuto far ricorso a un governo dipendente dall’anomalo sostegno dell’opposizione per il suo programma di riforme istituzionali e perciò esposto a profonde critiche e gravi divergenze all’interno dello stesso partito di cui è espressione.

La debolezza congenita delle maggioranze parlamentari “drogate” dal premio e quindi dei governi che queste sono in grado di esprimere è perfettamente naturale e inevitabile. Il premio spinge, direi anzi costringe, forze politiche disomogenee, anche fortemente differenziate nei loro principi ispiratori e intenti programmatici, a coalizzarsi in vista dell’abnorme risultato premiale così conseguibile a spese dei concorrenti: ma ciò con l’ovvia conseguenza di veder dissolversi all’indomani del voto o altrimenti nel prosieguo della legislatura le artificiose alleanze costituite al solo scopo di trarre profitto dal distorcente meccanismo elettorale.

Logica ed esperienza portano quindi ad escludere che una maggioranza risultante dal “premio” attribuito a coalizioni precarie formate alla vigilia del voto da partiti convergenti, eventualmente anche in una lista unica sotto denominazione unitaria, in vista di quello specifico obiettivo giovi ad assicurare un governo stabile più di una maggioranza che invece si vada a costruire su accordi e programmi concreti realisticamente definiti dopo il voto e in base all’esito del voto.

E’ invero normale che in una democrazia parlamentare come la nostra sia il voto ad indicare le intese possibili fra le forze politiche per comporre una maggioranza di governo evidenziando altresì i punti cardine di eventuali accordi programmatici. Questa è stata anche da noi la regola per quasi cinquant’anni dal dopoguerra e in quegli anni l’Italia ha compiuto straordinari progressi nel campo civile economico e sociale, risollevandosi dalle disastrose condizioni in cui era venuta a trovarsi al termine dei conflitto mondiale ed elevando il benessere del cittadino medio al livello dei paesi più avanzati. E ciò senza che mai per tutto quel lungo periodo da qualcuno sia stata posta una questione di governabilità: questione, del resto, totalmente ignorata in altri paesi.

Occorre allora prendere atto che l’insistito obiettivo del premio di maggioranza, apertamente condiviso o comunque accettato da tutte le forze politiche, non ha e non può avere altro scopo ed effetto che quello di sminuire il ruolo del parlamento, da ridurre a sollecito esecutore delle decisioni del governo, o meglio del suo capo, in forza di maggioranze blindate sotto il rigido controllo del partito di volta in volta al potere. A questo preciso obiettivo concorrono in modo coordinato, per un verso, la concentrazione del legislativo in un’unica camera deliberante, per altro verso la riaffermata pratica dei parlamentari “nominati”, e in questa linea vanno letti anche i sistematici richiami alla disciplina di partito nelle votazioni, in palese dispregio del disposto dell’art.67 della Costituzione per cui “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Al medesimo obiettivo si ricollega indirettamente la pregiudiziale esclusione dai dibattiti in corso sulla legge elettorale della prospettiva del collegio uninominale maggioritario, adottato dalle più antiche democrazie e da noi stessi già positivamente sperimentato prima del “porcellum”, nel corso delle due precedenti legislature giunte entrambe al termine naturale. Può comprendersi la contrarietà dei partiti a un sistema che restituirebbe effettivamente ai cittadini il potere, fondamentale in democrazia, di scelta dei loro rappresentanti e che, rompendo lo schema della casta autoreferenziale, potrebbe portare alla politica personalità qualificate e indipendenti. Sembra ovvio infatti che un candidato scelto ed eletto in virtù delle proprie qualità personali e con un proprio elettorato di riferimento cui dovrebbe rispondere sul territorio non sarebbe facilmente manovrabile secondo gli interessi del partito.

Il più grave problema dell’Italia, ormai largalmente riconosciuto, è il bassissimo livello qualitativo per competenza e moralità della maggior parte di un personale politico selezionato in base ad appartenenze e a rapporti personali o di interesse. Si obietta che anche con l’uninominale i candidati sarebbero designati dai partiti, ma l’obiezione trascura il dato decisivo che nella scelta dei candidati i partiti si troverebbero obbligati ad indicare, invece degli scialbi e inquadrati capetti locali, persone qualificate di capacità competenza e moralità riconosciute in un territorio limitato, tale perciò da offrire la possibilità di un “consenso informato”. Oggi il voto è “mobile”, la gente ne dispone liberamente, si rifiuta di “portare il cervello all’ammasso” del partito: le vicende dei sindaci di grandi città (Milano, Genova, Napoli, Palermo, Cagliari), l’improvvisa ascesa di movimenti populistici di diversa formazione e la verificata variabilità degli orientamenti dell’elettorato stanno a dimostrarlo.

Per questo il sistema maggioritario in collegi uninominali non piace e non può piacere a chi, con l’insieme delle riforme istituzionali in via di attuazione, punta più o meno dichiaratamente a fare uscire l’Italia dal contesto delle democrazie parlamentari per indirizzarla verso un presidenzialismo ambiguo, comunque privo di quel complesso di freni e contrappesi che vi sono connaturati. Ecco perché la questione della nuova legge elettorale non ha solo un rilievo tecnico ma involge direttamente il futuro del nostro paese e la conservazione della nostra democrazia. Riflettiamo ora per non dover piangere dopo.

Sanremo, 28 gennaio 2015.

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